Dakar, la sfida di Rachele Somaschini tra sport e vita reale

Pubblicato il 30 Gennaio 2026 - 14:10

Il rientro dalla Dakar Classic non è stato soltanto la fine di una gara, ma l’inizio di una fase di riflessione più profonda per Rachele Somaschini. La pilota milanese ha raccontato la propria esperienza in un’intervista a Edoardo Gallini, tracciando un bilancio che va oltre i chilometri percorsi nel deserto saudita e che intreccia competizione, resistenza mentale e quotidianità personale.

L’avventura, condivisa con Monica Buonamano e Serena Rodella, ha preso forma all’interno di un contesto estremo, fatto di tappe interminabili, mezzi storici e condizioni ambientali spesso al limite. Una partecipazione che ha richiesto non soltanto preparazione tecnica, ma anche una gestione continua delle energie, fisiche e mentali, in una delle competizioni più impegnative del panorama motoristico.

Accanto alla dimensione sportiva, la Dakar ha rappresentato per Somaschini una prova ancora più delicata per la convivenza con la fibrosi cistica, patologia con cui la pilota vive da sempre. In un ambiente dominato da sabbia, fatica e stress, ogni dettaglio logistico ha assunto un valore determinante per riuscire a portare a termine la gara.

Ne è emerso un racconto diretto, costruito giorno dopo giorno, in cui il risultato sportivo passa in secondo piano rispetto alla capacità di adattarsi, resistere e continuare a credere in un progetto che unisce competizione e impegno sociale.

Dentro la Dakar: fatica, tecnica e consapevolezza

Ripercorrendo i giorni nel deserto, Somaschini ha spiegato come l’impatto emotivo arrivi soprattutto dopo il rientro: “Quando sei lì vivi in modalità sopravvivenza. Ogni giornata è una battaglia contro il percorso, contro gli imprevisti e contro te stessa. Solo una volta tornata a casa inizi davvero a capire cosa hai fatto”.

La Dakar, rispetto ai rally tradizionali, ha imposto uno sforzo prolungato nel tempo: “Dopo tre giorni sei già stremata e ti rendi conto che ne mancano ancora molti. È lì che trovi risorse interiori che non pensavi di avere. Devi accettare di uscire continuamente dalla tua zona di comfort e andare avanti senza rimuginare sugli errori”.

Dal punto di vista tecnico, la Dakar Classic ha presentato una struttura molto diversa rispetto alla competizione moderna. “Condividevamo lo stesso bivacco dei big. Ti capitava di passare davanti alle auto di Sainz o di sederti vicino a Loeb durante i briefing. È una grande comunità nel deserto”.

Le prove, però, seguivano logiche differenti: “C’erano test di regolarità, navigazione a CAP e prove sulle dune. Nei tratti di navigazione dovevi sbloccare i waypoint con precisione assoluta, altrimenti restavi perso. E con un mezzo storico non era mai semplice”.

Il passaggio dalla Citroën C3 Rally2 a un camion di oltre trent’anni ha richiesto un cambio radicale di approccio: “Ho dovuto riscoprire tecniche come la doppietta. Era una conoscenza reciproca, metro dopo metro. All’inizio sopravvivevamo, nella seconda settimana abbiamo iniziato davvero a guidare”.

La sfida nella sfida

Anche la gestione dell’equipaggio ha avuto un ruolo centrale: “La navigazione è completamente diversa. Nei rally hai note precise, qui solo il roadbook. All’inizio il silenzio mi disorientava, poi ho capito che aiutava la concentrazione. Ci siamo alternate alla guida e non abbiamo mai discusso: in 8.000 chilometri è forse il risultato più bello”.

La sfida più delicata è rimasta però quella legata alla salute. “Il mio timore più grande era ammalarmi. Arrivavi distrutta ma dovevi comunque fare le terapie. Grazie al camper e al supporto di Mattia sono riuscita a mantenere una routine pulita, lontana dalla polvere. Senza questo supporto sarebbe stato impossibile”.

Nonostante le difficoltà, la pilota è riuscita a completare la gara senza ricadute: “È stato quasi un miracolo. Non mi sono ammalata e ho retto bene, anche nei giorni più duri. Dormire in un ambiente protetto ha fatto davvero la differenza”.

Guardando al futuro, Somaschini mantiene un approccio prudente: “È presto per parlare del 2026. Ora sto lavorando sulla ricerca di partner per costruire il progetto con calma. Solo dopo sarà possibile decidere i prossimi passi”.

Resta centrale anche l’impegno nella sensibilizzazione: “So che non tutti vivono la fibrosi cistica come me. C’è chi non ha ancora accesso alle terapie innovative. Io corro per i miei sogni, ma soprattutto per chi sta ancora lottando. Con ‘Correre per un respiro’ sosteniamo la ricerca perché l’obiettivo resta uno solo: una cura per tutti”.

di Peppe Marino

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